FOCUS SULLA PREVENZIONE SUICIDIO
a cura di Maurizio Pompili
Professore Ordinario di Psichiatria
Direttore UOC di Psichiatria A.O.Universitaria Sant'Andrea
Direttore della Scuola di Specializzazione di Psichiatria

 

Il suicidio da latino suicidium (uccisione di se stessi), è un gesto estremo di autolesionismo che una persona in condizioni di grave disagio sociale o malessere psichico, depressione, disturbi mentali, o psicotici, procura volontariamente a se stesso.  Se il disagio, lo stato alterato del paziente viene colto in tempo,   puo’ essere risolto, anche se non sempre è facile individuarne le cause precise.

In genere questo grave problema di salute pubblica, che sembra verificarsi più negli  uomini e negli anziani, non è quasi mai una decisione improvvisa, ma frutto di lunghi e tortuosi ragionamenti, che diventano una risposta a situazioni personali di vita, particolarmente stressanti che la persona considera insormontabili. Fortunatamente le morti per suicidio, sono solo una minima parte rispetto a chi pensa ad esso o ne compie un tentativo.

Il suicidio da latino suicidium (uccisione di se stessi), è un gesto estremo di autolesionismo che una persona in condizioni di grave disagio sociale o malessere psichico, depressione, disturbi mentali, o psicotici, procura volontariamente a se stesso. Se il disagio, lo stato alterato del paziente viene colto in tempo,   puo’ essere risolto, anche se non sempre è facile individuarne le cause precise.

 

 

In genere questo grave problema di salute pubblica, che sembra verificarsi più negli uomini e negli anziani, non è quasi mai una decisione improvvisa, ma frutto di lunghi e tortuosi ragionamenti, che diventano una risposta a situazioni personali di vita, particolarmente stressanti che la persona considera insormontabili.

 

Fortunatamente le morti per suicidio, sono solo una minima parte rispetto a chi pensa ad esso o ne compie un tentativo.

 

  1. Ci sono delle caratteristiche psicopatologiche e di personalità che potrebbero portare al suicidio?
  2. Il suicidio e’ il risultato di una complessa interazione di fattori psicologici, biologici e sociali. Il suicidio non emerge mai dal piacere (sebbene vi siano delle eccezioni del tutto particolari), piuttosto e’ sempre legato a dispiaceri, vergogna, umiliazione, paura, terrore, sconfitte ed ansia; sono questi gli elementi del dolore mentale che conducono ad uno “stato perturbato”. Si tratta di uno stato della mente in cui il soggetto perde gli abituali punti di riferimento. Si sente angosciato, frustrato, senza aspettative nel il futuro e inaiutabile. Questa miscela di emozioni diviene “esplosiva” quando l’individuo si rende conto che per risolvere tale sofferenza estrema, il suicidio è la migliore soluzione. Nella trattazione del suicidio la parola chiave non e’ ‘morte’ ma ‘vita’ dal momento che questi individui sono fortemente ambivalenti circa la loro scelta; piuttosto vogliono vivere ma senza il loro dolore mentale insopportabile.

Spesso il comportamento suicidario si associa ad una crisi, soprattutto in situazioni di stress straordinario di limitata durata. In questo contesto, gli individui considerano il suicidio con grande ambivalenza psicologica. Infatti, il desiderio di morire e quello di essere salvati sussistono allo stesso livello. Persino nella crisi gli individui conservano il bisogno di esprimersi e di comunicare con gli altri, smentendo la nozione che il suicidio avviene improvvisamente, inevitabilmente e senza alcun avviso come dimostrato dalla letteratura. Se si osservano retrospettivamente i dati dei soggetti suicida viene rilevato che la sofferenza mentale prolungata, l’ambivalenza nei confronti del suicidio, fantasie di vendetta, di essere salvati e di rinascita sono state presenti per un lungo periodo di tempo. Il tentativo di porre fine alla sofferenza è caratterizzato da manovre maladattative fallimentari che poi riconducono il soggetto all’idea del suicidio. Il soggetto emette dei segnali inerenti la sua preoccupazione coinvolgendo le persone che lo circondano attraverso parole e azioni, concentrando nelle sue comunicazioni il “Cry for Help” ossia la richiesta di aiuto.

La suicidologia è la scienza dedicata alla prevenzione e allo studio scientifico del suicidio. Il termine è attualmente impiegato per riferirsi allo studio del fenomeno suicidario ma andrebbe riservato agli interventi volti a salvare la vita degli individui a rischio. Tale disciplina è nata e si è sviluppata a Los Angeles grazie all’opera pionieristica di Edwin Shneidman.

Nel corso di una vita trascorsa a studiare il suicidio, Shneidman ha concluso che l‘ingrediente base del suicidio è il dolore mentale, egli chiama questo dolore insopportabile psychache, che significa “tormento nella psiche”. Shneidman suggerisce che le domande chiave che possono essere rivolte ad una persona che vuol commettere il suicidio sono “Dove senti dolore?” e “Come posso aiutarti?”. Se il ruolo del suicidio è quello di porre fine ad un insopportabile dolore mentale, allora lo scopo è alleviare questo dolore. Se infatti si ha successo in questo compito, quell’individuo che voleva morire sceglierà di vivere.

Shneidman inoltre considera che le fonti principali di dolore psicologico (vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione) hanno origine nei bisogni psicologici frustrati e negati. Nell’individuo suicida è la frustrazione di questi bisogni e il dolore che da essa deriva, ad essere considerata una condizione insopportabile per la quale il suicidio sembra il rimedio più adeguato. Ci sono bisogni psicologici con i quali l’individuo vive e che definiscono la sua personalità e bisogni psicologici che quando sono frustrati inducono l’individuo a scegliere di morire. Potremmo dire che si tratta della frustrazione di bisogni vitali; questi bisogni psicologici includono il bisogno di raggiungere qualche obiettivo come affiliarsi ad un amico o ad un gruppo di persone, essere autonomi, opporsi a qualcosa, imporsi, il bisogno di essere accettati e compresi e il conforto. Shneidman ha proposto la seguente definizione del suicidio: “Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio è un atto conscio di auto-annientamento, meglio definibile come uno stato di malessere generalizzato in un individuo bisognoso che alle prese con un problema, considera il suicidio come la migliore soluzione”. Shneidman ha inoltre suggerito che il suicidio è meglio comprensibile se considerato non come un movimento verso la morte ma come un movimento di allontanamento da qualcosa che è sempre lo stesso: emozioni intollerabili, dolore insopportabile o angoscia inaccettabile, in una parola psychache. Se dunque si riesce a ridurre, ad intaccare e a rendere più accettabile il dolore psicologico quel soggetto sceglierà di vivere.

Nella concettualizzazione di Shneidman il suicidio è il risultato di un dialogo interiore; la mente passa in rassegna tutte le opzioni. Quando emerge l’idea del suicidio la mente lo rifiuta e continua la verifica delle opzioni. Trova il suicidio, lo rifiuta di nuovo; alla fine la mente accetta il suicidio come soluzione, lo pianifica, lo identifica come l’unica risposta, l’unica opzione disponibile.

  

  1. Attualmente quali sono le stime dell’OMS sul suicidio?
  2. L' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima circa 880.000 suicidi ogni anno nel mondo il che equivale ad un suicidio ogni 40 secondi e un tentativo di suicidio ogni 3 secondi.

Per Emergenze chiamare il NUMERO UNICO NAZIONALE: 112

L’aterosclerosi è una malattia vascolare cronica, che progressivamente a causa della formazione di placche aterosclerotiche, porta alla perdita di elasticità delle pareti delle arterie, che aumentando di volume a causa di accumulo di grasso , tendono a calcificare e ostruirsi, limitando l’afflusso del sangue. I fattori di rischio alla formazione di placca aterosclerotica potrebbero derivare da una serie di concause, dettate sia da uno stile di vita poco corretto (fumo, sedentarietà, obesità, ipertensione, diabete, ipercolesterolemia) che da una età avanzata, alle volte già aggravata da patologie cardiovascolari e disturbi vascolari periferici.
Purtroppo l’associazione di più fattori di rischio, aumentano le possibilità di una malattia coronarica, oltre alla sindrome metabolica, a cui si associano ipertensione ed elevati valori di insulina e trigliceridi.
I sintomi con cui si manifesta l’aterosclerosi avanzata, differiscono in base all’arteria colpita, ad esempio nella ostruzione carotidea solo se significativa, si possono presentare sintomi caratteristici, TIA o perdita della funzione visiva. Presso l’AOU Sant’Andrea, i pazienti con lesioni aterosclerotiche critiche concomitanti della carotide e delle coronarie, vengono gestiti da un team multidisciplinare di alta specializzazione formato dalla U.O.C. Chirurgia Vascolare e dalla U.O.C. Cardiochirurgia.

A cura di
Emanuela Alessandrucci
U.O. Comunicazione, Mktg e URP

L’atteggiamento primario difronte alla morte è quello di rifiuto in quanto negazione nei confronti della vita e di tutto ciò che essa rappresenta. Dietro la fine dell’esistenza  si celano emozioni forti, shock ed esperienze dolorose, che necessitano di tempo ed alle volte di aiuto, per superare lo sgomento dell’evento, a maggior ragione per la morte cardiaca improvvisa giovanile(MCI).

La MCI viene definita come morte naturale dovuta a cause cardiache, preceduta da perdita improvvisa della conoscenza entro un ora dall’inizio della sintomatologia. Potrebbe essere presente una cardiopatia più o meno nota, ma il tempo e la modalità di morte sono imprevisti.

L’attuale scenario raffigura un cambiamento, rispetto al concetto di malattia e morte, che non è più legato solo a tutte quelle malattie tumorali o correlate a processi di invecchiamento, che comunque rappresentano la maggior causa di decesso. Questi episodi seppur rari appaiono nelle cronache quali fenomeni inattesi che colpiscono giovani apparentemente sani o che praticano sport, causando un impatto ed una rilevanza sociale, che stupisce  e  preoccupa l’opinione pubblica, destando interesse anche nell’ambito medico-legale proprio perchè la MCI è improvvisa ed inaspettata.

Rimane di fondamentale importanza una prevenzione per escludere o conoscere patologie cardiache.

A cura di

Emanuela Alessandrucci

U.O. Comunicazione, Marketing e URP

La sindrome di Cushing è una condizione rara derivante da un eccesso di ormoni glucocorticoidi in circolo, il cortisolo in primis, che in questi casi influisce negativamente sullo stato psicofisico, ma che quando secreto in quantità fisiologiche risulta essere un ormone fondamentale per la sopravvivenza, in quanto interviene nella reazione allo stress, nella regolazione della pressione sanguigna, nel controllo dei fattori dell’infiammazione, nella funzionalità cardiovascolare oltre ad essere coinvolto nel metabolismo dei lipidi, delle proteine e nella omeostasi del glucosio.

Il cortisolo, detto anche ormone dello stress, è generato dalle ghiandole surrenali o surreni, posti al di sopra del polo superiore di ciascun rene, la cui produzione è controllata da un sistema che include l’ipofisi (ghiandola posizionata alla base del cervello) e l’ipotalamo (struttura del sistema nervoso centrale).

L’ipercortisolismo è diagnosticato da uno specialista endocrinologo, che sulla base di un quadro clinico caratteristico richiede il dosaggio degli ormoni steroidei prodotti dal surrene, dell’ormone ipofisario ACTH e specifici test dinamici.

La sindrome di Cushing, che talvolta presenta un carattere ereditario, colpisce più frequentemente gli adulti e meno frequentemente i bambini. Essa risulta di difficile diagnosi a causa dei segni e dei sintomi che possono variare da soggetto a soggetto e per il quadro biochimico non sempre di facile interpretazione.

Tra le cause di questa patologia, può essere annoverata anche quella jatrogena dovuta all’assunzione di farmaci steroidei, più rare sono alcune forme tipiche dell’età pediatrica quali la  iperplasia surrenalica nodulare primitiva pigmentata e la iperplasia surrenalica bilaterale macronodulare appannaggio dell’età più avanzata.

                                                                                                           A cura di

                                                                                          Emanuela Alessandrucci

                                                                              UO Comunicazione e MKTG, URP

Il tatto è uno dei primi sensi a formarsi nel corpo umano, e la prima via di conoscenza per il bambino. Grazie alle fibre nervose dette ricettori, infatti le mani e la pelle ci permettono di vivere, interagire ed orientarci con la realtà del mondo che ci circonda, fornendoci informazioni rilevanti per la nostra vita, da cui nascono associazioni tatto/massaggio. Questo binomio ha uno scopo terapeutico che, attraverso le terminazioni nervose, produce effetti sul sistema nervoso centrale e sugli ormoni della felicità, aumentando il nostro benessere psicofisico.  Sembra si sia dimostrato infatti che il delicato tocco del massaggio, abbia un effetto calmante, abbassa la pressione sanguigna, riduce lo stress e quindi il cortisolo. Da qui l’importanza della gestualità quotidiana nell’assistenza, che rappresenta un valore nella cura della persona,  un valido mezzo di comunicazione per ridurre la sofferenza morale. Presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Sant’Andrea il 24 gennaio 2020 si è svolta la giornata del “caring”.

                                                                                                           A cura di

                                                                                          Emanuela Alessandrucci

                                                                              UO Comunicazione e MKTG, URP

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