SPS SERVIZIO PREVENZIONE SUICIDIO

Il suicidio da latino suicidium (uccisione di se stessi), è un gesto estremo di autolesionismo che una persona in condizioni di grave disagio sociale o malessere psichico, depressione, disturbi mentali, o psicotici, procura volontariamente a se stesso. Se il disagio, lo stato alterato del paziente viene colto in tempo,   puo’ essere risolto, anche se non sempre è facile individuarne le cause precise.

 

 

In genere questo grave problema di salute pubblica, che sembra verificarsi più negli uomini e negli anziani, non è quasi mai una decisione improvvisa, ma frutto di lunghi e tortuosi ragionamenti, che diventano una risposta a situazioni personali di vita, particolarmente stressanti che la persona considera insormontabili.

 

Fortunatamente le morti per suicidio, sono solo una minima parte rispetto a chi pensa ad esso o ne compie un tentativo.

Nel 2008 presso la UOC di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea nasce, un ambulatorio, che prevede un programma di psicoeducazione rivolto ai soggetti a rischio di suicidio. Durante gli incontri il paziente impara a conoscere le modalità per chiedere aiuto grazie all’ascolto di come è strutturato il rischio di suicidio.

A cura di
Emanuela Alessandrucci
U.O. Comunicazione, Marketing e URP

 

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RISPONDE

Il Prof. Maurizio Pompili

Responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio – della UOC Psichiatria

Direttore Prof. Paolo Girardi

D. Com’è organizzato il servizio di prevenzione al suicidio dell’A.O. Sant’Andrea e da quanto tempo è stato attivato?

 

R. Il Servizio per la Prevenzione del Suicidio (SPS) con sede presso l’Azienda Ospedaliera Sant'Andrea di Roma, rappresenta un’esperienza unica di ricerca e prevenzione nel panorama nazionale ed internazionale.

Il servizio, dal 2007, prendendo spunto dal modello statunitense impostosi negli anni ̓50 e messo a punto da Shneidman, Farberow e Litman, porta avanti le sue attività quotidianamente, operando nella pratica clinica grazie ad un team di diverse figure professionali, quali medici, psicologi, tirocinanti, frequentatori scientifici e specializzandi.

SPS collabora attivamente con importanti istituzioni internazionali quali: International Association for Suicide Prevention, American Association of Suicidology, International Academy of Suicide Research, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), McLean Hospital – Harvard Medical School, USA e molte altre presenti in America, Asia e Australia.

Oltre a caratterizzarsi come servizio dedicato all’offerta di sostegno per soggetti a rischio di suicidio e a quanti hanno perso un caro per suicidio, più comunemente noti con il nome di survivors, SPS si propone di agire da catalizzatore di risorse, promuovendo consapevolezza e responsabilità nella comunità attraverso campagne divulgative volte a diffondere i principi di base per riconoscere una condizione a rischio; divulgando informazioni circa la presenza sul territorio di luoghi e modalità di gestione delle condizioni di crisi. Istituendo, inoltre, programmi ad hoc diretti ai survivors.

D. Ci sono delle caratteristiche psicopatologiche e di personalità che potrebbero portare al suicidio?

R. Il suicidio e’ il risultato di una complessa interazione di fattori psicologici, biologici e sociali. Il suicidio non emerge mai dal piacere (sebbene vi siano delle eccezioni del tutto particolari), piuttosto e’ sempre legato a dispiaceri, vergogna, umiliazione, paura, terrore, sconfitte ed ansia; sono questi gli elementi del dolore mentale che conducono ad uno “stato perturbato”. Si tratta di uno stato della mente in cui il soggetto perde gli abituali punti di riferimento. Si sente angosciato, frustrato, senza aspettative nel il futuro e inaiutabile. Questa miscela di emozioni diviene “esplosiva” quando l’individuo si rende conto che per risolvere tale sofferenza estrema, il suicidio è la migliore soluzione. Nella trattazione del suicidio la parola chiave non e’ ‘morte’ ma ‘vita’ dal momento che questi individui sono fortemente ambivalenti circa la loro scelta; piuttosto vogliono vivere ma senza il loro dolore mentale insopportabile.

Spesso il comportamento suicidario si associa ad una crisi, soprattutto in situazioni di stress straordinario di limitata durata. In questo contesto, gli individui considerano il suicidio con grande ambivalenza psicologica. Infatti, il desiderio di morire e quello di essere salvati sussistono allo stesso livello. Persino nella crisi gli individui conservano il bisogno di esprimersi e di comunicare con gli altri, smentendo la nozione che il suicidio avviene improvvisamente, inevitabilmente e senza alcun avviso come dimostrato dalla letteratura. Se si osservano retrospettivamente i dati dei soggetti suicida viene rilevato che la sofferenza mentale prolungata, l’ambivalenza nei confronti del suicidio, fantasie di vendetta, di essere salvati e di rinascita sono state presenti per un lungo periodo di tempo. Il tentativo di porre fine alla sofferenza è caratterizzato da manovre maladattative fallimentari che poi riconducono il soggetto all’idea del suicidio. Il soggetto emette dei segnali inerenti la sua preoccupazione coinvolgendo le persone che lo circondano attraverso parole e azioni, concentrando nelle sue comunicazioni il “Cry for Help” ossia la richiesta di aiuto.

La suicidologia è la scienza dedicata alla prevenzione e allo studio scientifico del suicidio. Il termine è attualmente impiegato per riferirsi allo studio del fenomeno suicidario ma andrebbe riservato agli interventi volti a salvare la vita degli individui a rischio. Tale disciplina è nata e si è sviluppata a Los Angeles grazie all’opera pionieristica di Edwin Shneidman.

Nel corso di una vita trascorsa a studiare il suicidio, Shneidman ha concluso che l‘ingrediente base del suicidio è il dolore mentale, egli chiama questo dolore insopportabile psychache, che significa “tormento nella psiche”. Shneidman suggerisce che le domande chiave che possono essere rivolte ad una persona che vuol commettere il suicidio sono “Dove senti dolore?” e “Come posso aiutarti?”. Se il ruolo del suicidio è quello di porre fine ad un insopportabile dolore mentale, allora lo scopo è alleviare questo dolore. Se infatti si ha successo in questo compito, quell’individuo che voleva morire sceglierà di vivere.

Shneidman inoltre considera che le fonti principali di dolore psicologico (vergogna, colpa, rabbia, solitudine, disperazione) hanno origine nei bisogni psicologici frustrati e negati. Nell’individuo suicida è la frustrazione di questi bisogni e il dolore che da essa deriva, ad essere considerata una condizione insopportabile per la quale il suicidio sembra il rimedio più adeguato. Ci sono bisogni psicologici con i quali l’individuo vive e che definiscono la sua personalità e bisogni psicologici che quando sono frustrati inducono l’individuo a scegliere di morire. Potremmo dire che si tratta della frustrazione di bisogni vitali; questi bisogni psicologici includono il bisogno di raggiungere qualche obiettivo come affiliarsi ad un amico o ad un gruppo di persone, essere autonomi, opporsi a qualcosa, imporsi, il bisogno di essere accettati e compresi e il conforto. Shneidman ha proposto la seguente definizione del suicidio: “Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio è un atto conscio di auto-annientamento, meglio definibile come uno stato di malessere generalizzato in un individuo bisognoso che alle prese con un problema, considera il suicidio come la migliore soluzione”. Shneidman ha inoltre suggerito che il suicidio è meglio comprensibile se considerato non come un movimento verso la morte ma come un movimento di allontanamento da qualcosa che è sempre lo stesso: emozioni intollerabili, dolore insopportabile o angoscia inaccettabile, in una parola psychache. Se dunque si riesce a ridurre, ad intaccare e a rendere più accettabile il dolore psicologico quel soggetto sceglierà di vivere.

Nella concettualizzazione di Shneidman il suicidio è il risultato di un dialogo interiore; la mente passa in rassegna tutte le opzioni. Quando emerge l’idea del suicidio la mente lo rifiuta e continua la verifica delle opzioni. Trova il suicidio, lo rifiuta di nuovo; alla fine la mente accetta il suicidio come soluzione, lo pianifica, lo identifica come l’unica risposta, l’unica opzione disponibile.

 

D. Cosa prevede il trattamento psicologico per la prevenzione al suicidio?

R. SPS pone tra i suoi fondamenti, nell’ambito dell’intervento clinico, la valutazione del rischio di suicidio attraverso l’utilizzo di test psicometrici standardizzati e costruiti ad hoc, ai quali segue la presa in carico del paziente sulla base delle guidelines internazionali condivise dalla comunità scientifica. Diversi sono i percorsi assistenziali a disposizione dell’utente: visite ambulatoriali specialistiche; psicoterapie individuali, familiari e di gruppo; opportunità di ricovero in case di cura selezionate; assistenza ai familiari per la costruzione di una rete di sostegno che contorni l’utente. Intervenendo, inoltre, nell’ambito dei fattori protettivi per il rischio di suicidio, SPS si propone di garantire un terreno comune per tutte le figure che, nel territorio, operano nella prevenzione del suicidio, riunendo e integrando risorse già esistenti, favorendo la cooperazione fra persone, servizi e istituzioni, organizzando training specialistici a personale selezionato nell’area della prevenzione del suicidio e fornendo formazione e collaborazione ai cosiddetti “moltiplicatori”.

Tra le attività offerte alla comunità, su base nazionale, SPS, ha istituito dal 2008, un servizio di ascolto telefonico –“Parla con noi” – operante nei giorni feriali, nella fascia orario 9:30 -16:30.

D. Attualmente quali sono le stime dell’OMS sul suicidio?

R. L' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima circa 880.000 suicidi ogni anno nel mondo il che equivale ad un suicidio ogni 40 secondi e un tentativo di suicidio ogni 3 secondi.